Scrivile che la ami, ma non basta.

27 marzo 2017 |by Bernardo Paoli | 0 Comments | blog

Esprimere i tuoi sentimenti alla persona che più ami, senza avere le idee chiare su come farlo, potrebbe non essere una buona scelta, sai perché? Perché ci sono due ostacoli che devi saper superare. [Tutto ciò che verrà descritto al maschile vale anche per il mondo femminile].

OSTACOLO NR. 1 <<Sentirsi in dovere di esprimere solo sentimenti positivi può produrre un “effetto paradossale” che rende la relazione più fragile>>.

Forzare l’espressione di sentimenti positivi tende a creare un paradosso che potremo chiamare “sindrome di San Valentino”: più ti costringi a provare sentimenti positivi per la tua partner e più ti troverai a provare sensazioni negative nei suoi confronti. Questo effetto paradossale capita di osservarlo soprattutto in occasioni come la festa di San Valentino, che è spesso causa di malumori, se non addirittura di separazioni, perché quando ci si sente costretti (in questo caso da una festa “comandata”) a provare amore per la propria partner questo finisce per renderla meno appetibile. Se anche tu sei stato vittima di questo paradosso non ti preoccupare, non è un problema tuo perché accomuna tutto il genere umano: le sensazioni patiscono le forzature, e quando cerchi di forzarle le inibisci.

OSTACOLO NR. 2: <<Non esprimere mai sentimenti negativi può produrre un'”effetto pentola a pressione”: prima o poi scoppierai>>

E’ impossibile che tu abbia solo sentimenti positivi verso la persona che ti sta accanto, e se non ti concederai il giusto spazio per esprimere le sensazioni negative, queste si ripresenteranno sotto altra forma (battute fuori luogo, frasi acide, sarcasmi, rigidità, una riduzione delle giuste attenzioni nei suoi confronti) fino a quando esploderanno senza controllo.

Segui quindi queste DUE INDICAZIONI. Ne percepirai immediatamente il beneficio.

1) “Prendi carta e penna e scrivile delle lettere (che NON consegnerai) in cui metti giù per scritto tutto ciò che non sopporti di lei”

Fallo realmente, e fallo subito. Prendi carta e penna. Inizia scrivendo: “Cara …….” e poi vai giù pesante. Scrivile tutto ciò che di lei non sopporti, dille di quella situazione in cui ti aspettavi che fosse comprensiva con te e invece ti ha torturato con le sue mille pretese, che non ha capito che eri stanco, che non è mai soddisfatta di quello che fai per lei, eccetera eccetera. Vai davvero giù pensate. Scrivi tutto, senza filtri, senza pudori. Non importa la calligrafia, non importa la punteggiatura. L’importante è che butti giù tutta la rabbia che hai provato in quelle specifiche situazioni che avete vissuto insieme.

Numerose ricerche, portate avanti soprattuto dal prof. James Pennebaker dell’Università del Texas, hanno dimostrato che descrivere eventi negativi insieme alle emozioni ad essi connesse – per almeno 15 minuti e per almeno 3 giorni di seguito – porta a numerosi effetti collaterali positivi. Provare per credere.

Mi raccomando: NON le consegnare ciò che hai scritto. Questo esercizio di “scrittura della rabbia” serve a te, per la gestione dei tuoi malumori nei confronti della tua partner. Questi malumori sono innanzitutto tuoi, e te ne devi assumere la piena responsabilità.

2) “Prendi carta e penna e scrivile quanto la ami”

Dopo aver dato spazio ai vissuti negativi vedrai emergere in te una inattesa sensazione: quando le emozioni negative sono state espresse per scritto si riducono sensibilmente, ed appare un pensiero più lucido e più comprensivo. Prendi a questo punto carta e penna e scrivile UNA SOLA lettera in cui esprimi ciò che ti lega a lei e quanto desideri averla nella tua vita: scrivile a cuore aperto. Crea poi una “occasione speciale”, una cena elegante ad esempio, in cui leggerle ciò che hai scritto. Non aspettare che arrivi un momento speciale, crealo tu. Si ricorderà di questo tuo regalo per sempre.

Parleremo di questi e di molti altri consigli, insieme al sessuologo Fabrizio Quattrini, durante la due giorni a Torino di “Sesso e Scrittura Strategica” il 13 e il 14 maggio 2017. Sarà l’occasione per far fare alla tua vita di coppia un ulteriore salto di qualità. Tratteremo anche di temi legati a come vivere al meglio la sessualità, superando tabù e limitazioni provenienti dalla nostra cultura ed educazione. Se desideri farle un regolo approfitta dello sconto previsto per chi si iscrive in coppia. Maggiori informazioni a questo link.

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Medicina Narrativa e scrittura

4 novembre 2016 |by Bernardo Paoli | 0 Comments | blog

Siamo costantemente dentro narrazioni. Ognuno di noi racconta ogni giorno qualcosa di sé a qualcun altro: una confidenza, uno stato d’animo, un progetto futuro, un’esperienza passata, un episodio di vita divertente. La narrazione riveste un ruolo fondamentale in ogni aspetto della nostra quotidianità, anche nel momento in cui ad essere narrata è la sofferenza dovuta ad una malattia.

Nonostante negli ultimi venti anni la medicina abbia fatto notevoli progressi, rendendo fruibili cure e interventi precedentemente inimmaginabili, dall’altro lato il rapporto tra medico e paziente non è avanzato allo stesso ritmo. Mentre la tecnologia medica cresce, lo spazio relazionale tra medico e paziente sembra diminuire. Spiegare il motivo di questo fenomeno è d’altronde piuttosto semplice: in ospedale i medici hanno tabelle di marcia ferree e tempi stretti da rispettare, e una volta individuata la diagnosi tutto ciò che il paziente ha da raccontare diventa secondario. La priorità resta guarire e salvare vite, ottimizzando il rapporto tra costi e benefici. In questa prospettiva l’aspetto comunicativo e relazionale sembra rivestire un ruolo davvero marginale.

Ma se accogliere, ascoltare e comunicare bene con i pazienti facesse invece parte integrante della cura? Perché il dato al riguardo ormai è indiscutibile: decenni di ricerca scientifica internazionale hanno chiarito che una buona interazione con il medico, e la possibilità da parte del paziente di poter narrare il decorso della propria malattia, rende il processo di guarigione più efficace. Da questa constatazione nasce la “Narrative Based Medicine”.

Con le parole della dottoressa Rita Charon, ideatrice di questo filone di studi, <<la Medicina Narrativa fortifica la pratica clinica, con la competenza narrativa per riconoscere, assorbire, interpretare ed essere sensibilizzati dalle storie della malattia: aiuta medici, infermieri e terapisti a migliorare l’efficacia di cura attraverso lo sviluppo della capacità di attenzione, riflessione e rappresentazione e affiliazione con i pazienti e i colleghi>>. Al centro dell’attenzione non ci sono nozioni mediche, virus, batteri ed organi compromessi, ma la malattia così come viene percepita, vissuta e narrata dal paziente, dal suo punto di vista emotivo. Il paziente trova così uno spazio per raccontare il decorso del suo problema medico, da quando stava ancora bene fino al sopraggiungere della malattia, descrivendo non solo i sintomi fisici ma anche gli stati d’animo provati, parlando non solo delle medicine assunte ma anche di tutto ciò che ha messo in campo per superare quel momento, come ad esempio un supporto psicologico, il rifugio nella preghiera, la meditazione, l’uso della propria forza di volontà, il sostegno delle persone care, le parole dei medici da cui più ha ricevuto supporto.

Benché non si senta spesso parlare di questo tipo di approccio, in Italia vengono proposte in alcuni centri di eccellenza esperienze impostate in tal senso. Ad esempio dal 2013, nel reparto di Neurologia di Alessandria, è stata messa a disposizione del personale medico e dei pazienti la “stanza della scrittura”, un luogo in cui pazienti e medici possono recarsi per condividere e raccontare per scritto le loro esperienze e storie di vita. La scrittura tra l’altro, oltre ad un indiscutibile potere di cura (sostiene infatti in modo significativo la gestione delle emozioni e dello stress), favorisce l’elaborazione di una diagnosi più efficace.

Ecco quindi il mio invito: se purtroppo stai attraversando un periodo travagliato per la tua salute non buttare via questa esperienza, trasformala in scrittura! Raccontami poi i benefici che ne hai tratto.

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Perché scrivere fa così bene

23 luglio 2016 |by Bernardo Paoli | 0 Comments | blog

Scrivendo pochi minuti al giorno, per alcuni giorni di seguito, accade qualcosa di spontaneo: il tipo di parole utilizzate cambia. E in che modo?

  1. Diminuisce il numero di parole emotive negative utilizzate (piangere, tristezza…)
  2. Aumenta invece l’uso di parole emotive positive (amare, gioia…)
  3. E soprattuto aumenta il numero di termini che forniscono senso e significato agli eventi (perché, motivo…) (Pennebaker & Seagal 1999).

Scrivere conduce quindi a una rapida “disintossicazione” e aumenta la capacità di connettere tra loro gli episodi e gli eventi della propria vita, che inizialmente potevano apparire come un puzzle privo di significato.

 

TROVARE SENSO E SIGNIFICATO

D’altronde dare senso e significato a ciò che ci accade è un bisogno talmente radicato nell’essere umano che rischiamo perfino di aggrapparci a spiegazioni fittizie piuttosto che non averne alcuna, come suggerisce Friedrich Nietzsche nel Crepuscolo degli idoli. Tutti gli esseri uomini devono dare una spiegazione a qualsiasi cosa a loro accada. Ne abbiamo bisogno. Non possiamo fare altrimenti, perché <<diventiamo consapevoli [di qualcosa] solo quando gli abbiamo dato una sorta di motivazione>>.

E’ infatti esperienza comune che il non avere una risposta ai “perché?” crea un forte senso di frustrazione. Alcuni “perché?” colmi di ansia tornano spesso nelle sessioni terapeutiche:

<<Perché mi dice “ti amo” e poi sparisce per settimane?>>

<<Com’è possibile che i miei genitori non mi sostengano come dovrebbero?>>

<<Perché il mio capo è così disumano?>>

<<Qual è la ragione per cui dovrei lavorare come un ciuco se tanto prima o poi dovrò morire?>>

All’opposto, trovare una spiegazione plausibile sul perché qualcosa sta accadendo, o è accaduto, porta ad un senso di appagamento. Ogni volta che una persona coglie che esiste un ordine e un motivo in quell’apparente caos, si dipingono nello sguardo espressioni tra il sorpreso, il divertito e il senso di sollievo.

Una giorno un paziente mi raccontò di essere angosciato dal fatto che non voleva più stare insieme alla sua fidanzata, ma non riuscivano a mollarsi, o meglio, decideva di recidere in modo netto il rapporto per poi sentire un senso viscerale di mancanza che lo portava inevitabilmente a ricadere dentro la relazione. Questi prendi-e-molla, però, erano per lui disfunzionali. Ricordo ancora il suo sguardo interrogativo: <<Dottore, perché non riesco a lasciarla?>>. <<Perché tieni la porta troppo chiusa>>. Mi guardò un po’ interdetto. <<In che senso?>>, chiese. <<A volte, per chiudere una storia d’amore, la cosa migliore è tenere la porta socchiusa>>. Ricordo bene il suo sguardo in cui si era dipinto un sorriso. Aveva trovato una valida spiegazione. Aveva capito dov’era la trappola, e aveva visto una nuova direzione verso cui poter andare.

 

FAI QUESTO ESERCIZIO

La scrittura aiuta e sostiene in questo bisogno intimo di trovare senso e significato, in questa necessità viscerale di vedere un fil rouge negli eventi della propria vita. Fanne uso. Scrivi per 15 minuti, per 3 giorni di fila, su una situazione che ti preoccupa, e presta attenzione a come cambia man mano in te la percezione di ciò che stai raccontando.

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15 minuti al giorno, per 3 giorni

18 luglio 2016 |by Bernardo Paoli | 0 Comments | blog

Ottenere il massimo con il minimo”. Ecco l’imperativo che ognuno di noi segue fin dalla tenera età. Utilizzare il minimo sforzo per ottenere il massimo beneficio. E questo tanto agognato obiettivo può essere raggiunto attraverso la scrittura.

Infatti esprimere per scritto i propri pensieri e le proprie emozioni (quelle più profonde, tenute nascoste, le più imbarazzanti), violare attraverso la scrittura la propria privacy più intima, aprire quella “finestra” tenuta generalmente chiusa, e farlo solo per 15 minuti al giorno per soli 3 giorni consecutivi porta un’ondata di benefici.

Ecco a te una veloce carrellata di alcune scoperte fatte dalla ricerca scientifica:

  • Aumentano le performance scolastiche (Cameron et al. 1996)
  • Diventa più facile trovare un nuovo impiego (Spera, Buhrfeind, & Pennebaker 1994)
  • Si riduce la necessità di assentarsi dal lavoro (Francis et al. 1992)
  • Diminuisce la necessità di consultare un medico sia 2 mesi dopo l’esercizio di scrittura (Cameron & Nicholls 1996), che 6 mesi dopo (Francis & Pennebaker 1992), fino addirittura ad 1 anno e mezzo (Pennebaker, Barger & Tiebout 1989)
  • Diminuisce la frequenza del battito cardiaco (Petrie et al. 1995)
  • Diminuiscono i sintomi fisici (Richards et al. 1996)
  • Si allevia il distress, ovvero lo stress negativo (Schoutrop et al. 1996).

Alcuni aspetti curiosi da tenere presenti:

  • Si ottengono migliori risultati scrivendo una sola volta a settimana, anziché tutti i giorni (Smyth 1998)
  • Non c’è differenza se gli scritti vengono consegnati a qualcuno o se invece vengono tenuti per sé (Pennebaker & Seagal 1999)
  • E’ risultato essere ugualmente benefico sia che una persona scriva di episodi che gli sono realmente accaduti, sia che ad esempio racconti un evento traumatico completamente inventato (Greenberg, Portman & Stone 1996)
  • A ottenere maggiori benefici sono gli uomini, le persone che hanno subito un grave trauma difficilmente raccontabile a qualcuno, e le persone con un alto livello di ostilità o di alessitimia (ovvero la difficoltà ad identificare i propri sentimenti e a descrivere quelli altrui) (Pennebaker & Graybeal 2001)
  • Le persone con un’identità visibile stigmatizzata (ad esempio i latino-americani o le persone sovrappeso) ricavano più benefici scrivendo della loro appartenenza alla comunità generale più che della loro appartenenza al sottogruppo di persone con cui condividono la stessa condizione. Per contro le persone con una identità sociale stigmatizzata, ma non visibile (ad esempio gay, lesbiche ed ebrei), hanno ricavato più benefici quando hanno scritto della loro appartenenza al gruppo con cui condividono la stessa condizione (Seagal & Pennebaker 1997).
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L’esercizio delle 100 domande

15 luglio 2016 |by Bernardo Paoli | 0 Comments | blog

 

Quando pensi di avere tutte le risposte, la vita ti cambia tutte le domande.

(Anonimo)

 

I fautori del pensiero leonardiano (come Michael Gelb), traendo ispirazione dai codici lasciati in eredità da Leonardo da Vinci, propongono un esercizio interessante così formulabile: <<Fai un elenco di cento domande che ritieni importanti. La lista può contenere qualsiasi tipo di domanda che per te sia significativa. Va bene tutto, da “Come posso divertirmi di più?”, a “Qual è il significato della vita?”, a “Come posso guadagnare dedicandomi ad un mio hobby?”>>.

La lista va compilata in una sola sessione. Scrivete in fretta senza preoccuparvi della calligrafia o di ripetere più volte la stessa domanda con parole diverse (le domande ricorrenti vi indicheranno dei temi emergenti).

Perché cento domande? Noterete che le prime venti sono tendenzialmente le più superficiali. Nelle successive trenta/quaranta spesso cominciano ad emergere dei temi ricorrenti. Nell’ultima parte della lista probabilmente scoprirete del materiale interessante, inaspettato, profondo.

Quando avete finito, rileggete la lista ed evidenziate le tematiche principali. Osservate senza giudicare. La maggior parte delle vostre domande riguarda i rapporti interpersonali? Il lavoro? Il divertimento? Il denaro? Il significato della vita?

Rileggete la lista delle 100 domande e scegliete le 10 che vi sembrano più significative. Mettetele in ordine di importanza. Lasciatele messe per scritto in un posto dove potete trovarle facilmente ma, soprattutto, non rispondete! Lasciate che la mente inconscia lavori per voi.

Il risultato vi stupirà. Provare per credere.

 

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Predire i risultati scolastici… dalla scrittura

12 luglio 2016 |by Bernardo Paoli | 0 Comments | blog

Vuoi sapere se tuo figlio avrà successo a scuola? Conta quante volte usa articoli e preposizioni. 

E’ ormai assodato, oltreché essere un dato abbastanza intuitivo: la scelta che le persone fanno delle parole riflette il loro modo di essere. In particolare sempre più ricerche scientifiche stanno dimostrando che sono gli elementi più piccoli del discorso i più rilevanti nel cogliere le caratteristiche psicologiche degli individui.

Nell’articolo open-source “When Small Words Foretell Academic Success” [Quando le piccole parole predicono il successo scolastico”] gli autori J.W. Pennebaker et al. (2014) hanno esaminato più di 50.000 saggi di ammissione a diverse università (Accademia delle Belle Arti, Architettura, Assistenza Sociale, Economia, Comunicazione, Geologia, Infermieristica, Lettere e Filosofia, Pedagogia, Ingegneria, Scienze Naturali). E’ stata valutata la correlazione tra un’indice, denominato “Indice Statico-Dinamico” (ISD), calcolato nella prova di ammissione, e la media dei voti ottenuti in ciascuno dei 4 anni di università.

L’ISD è una sorta di algoritmo che raccoglie in un unico dato il rapporto esistente tra le diverse percentuali di categorie di parole presenti nei testi scritti. Rimandando all’articolo sopracitato per maggiori approfondimenti, in sintesi se il valore dell’ISD era molto alto ciò significava che gli studenti avevano utilizzato un’alta percentuale di articoli (il, lo, la, un…) e di  preposizioni proprie e improprie (di, a, da, in, con, su, per, tra, davanti, dietro, dopo, fuori, lontano…); se invece il valore era molto basso significava che in prevalenza avevano utilizzato pronomi personali e impersonali, verbi ausiliari, avverbi, congiunzioni e negazioni. E’ stata trovata una correlazione non altissima ma comunque significativa tra la media dei voti e il valore dell’ISD. Più l’ISD era elevato, maggiore era la media dei voti ottenuti dagli studenti in ciascuno dei 4 anni di studio per tutte le università, tranne quelle con meno di 200 studenti (come Architettura e Geologia).

 

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Dimmi come scrivi e ti dirò chi sei

11 luglio 2016 |by Bernardo Paoli | 0 Comments | blog

Le parole che utilizzi rivelano ciò che sei. 

Con l’avanzamento della tecnologia è stato sempre più facile ad esempio contare le parole che le persone utilizzano nei loro scritti spontanei, mettendole poi in correlazione con altre caratteristiche psico-fisiche.

Tra gli studi più curiosi troviamo quello di Danner et al. (2001). Si tratta di uno studio longitudinale (durato quindi molti anni) in cui sono stati analizzati gli scritti autobiografici di 80 suore quando erano ancora ventenni. E’ stato riscontrato che più negli scritti erano presenti parole connotate da emozioni positive e più l’aspettativa di vita delle suore era stata lunga.

Questo vuol dire che se a una persona chiedi di sintetizzare la sua vita in uno scritto autobiografico di una pagina, nel caso in cui il suo approccio alla vita risulta essere positivo lei vivrà più a lungo? Sembra di sì.

I risultati delle ricerche scientifiche sono infatti incoraggianti e suggeriscono che esiste una correlazione forte tra scelta delle parole e salute fisica. Molte ricerche si sono soffermate in particolare sull’uso di alcune particelle, le più piccole utilizzabili in un discorso: i pronomi, gli articoli, le preposizioni e i verbi ausiliari. Queste “particelle” dei discorsi sono risultate le più connesse con lo stato fisico ed emotivo delle persone. Ad esempio esiste un legame stretto tra quante volte una persona utilizza “io”, “me” e “mio” e la possibilità di sviluppare in futuro problemi coronarici al cuore (Scherwitz et al. 1985, Scherwitz & Canick 1988).

 

 

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Gratitudine!

5 luglio 2016 |by Bernardo Paoli | 0 Comments | blog

Un uomo di genio è insopportabile, se non ha almeno altre due qualità: la purezza e la gratitudine.

(Friedrich Nietzsche)

Sonja Lyubomirsky, ricercatrice dell’Università della California, ha condotto numerosi studi sulla gratitudine e ha constatato come – diversamente da quello che ritiene la mentalità popolare – la consapevolezza del valore dei propri sforzi non esclude il riconoscere l’importanza del sostegno altrui. Così un atleta di successo, che attribuisce i propri risultati alla costanza negli allenamenti, può mantenere lo stesso un elevato grado di “orientamento alla gratitudine” considerando essenziali per le proprie vittorie anche il contributo delle persone che lo circondano: la famiglia per la pazienza, la squadra per il sostegno, perfino i rivali per averlo spinto a fare del suo meglio.

La Lyubomirsky ha inoltre rilevato come il sentimento di gratitudine sia fortemente correlato con il benessere psicologico: esercitare il senso di gratitudine aumenta la percezione di felicità. In un esperimento chiese ai partecipanti di scrivere e consegnare una lettera in cui ciascuno esprimeva la propria gratitudine verso una persona che si era dimostrata particolarmente attenta o gentile nei propri confronti e che non era stata ringraziata. Dopo una settimana i partecipanti si sentivano più felici rispetto alle altre persone coinvolte nell’esperimento che non avevano espresso i propri sentimenti di gratitudine (il cosiddetto “gruppo di controllo”). Gli effetti positivi persistevano per circa un mese dopo l’esperimento, poi diminuivano progressivamente se l’esercizio non veniva ripetuto.

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Martin Seligman, uno dei pionieri della cosiddetta “psicologia positiva” (una disciplina seria basata sulla ricerca, che ha poco a che vedere con i libri sul pensiero positivo che affollano le nostre librerie), ha elaborato lo strumento definito “giornale della gratitudine” per mantenere acceso il sentimento della gratitudine, sorgente di benessere. Provalo anche tu. Consiste nel mettere per scritto ogni giorno gli eventi positivi che sono capitati durante il giorno stesso, con due indicazioni molto specifiche da seguire: il “giornale” va compilato la sera ed è necessario indicare dettagliatamente il motivo per cui consideriamo positivo l’evento che ci è accaduto.

Questo è solo uno dei tanti strumenti che possono essere utilizzati, attraverso la scrittura, per dare un impulso benefico alla propria crescita umana, psicologica e professionale.

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