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Perché scrivere fa così bene

23 luglio 2016 | Bernardo Paoli | blog

Scrivendo pochi minuti al giorno, per alcuni giorni di seguito, accade qualcosa di spontaneo: il tipo di parole utilizzate cambia. E in che modo?

  1. Diminuisce il numero di parole emotive negative utilizzate (piangere, tristezza…)
  2. Aumenta invece l’uso di parole emotive positive (amare, gioia…)
  3. E soprattuto aumenta il numero di termini che forniscono senso e significato agli eventi (perché, motivo…) (Pennebaker & Seagal 1999).

Scrivere conduce quindi a una rapida “disintossicazione” e aumenta la capacità di connettere tra loro gli episodi e gli eventi della propria vita, che inizialmente potevano apparire come un puzzle privo di significato.

 

TROVARE SENSO E SIGNIFICATO

D’altronde dare senso e significato a ciò che ci accade è un bisogno talmente radicato nell’essere umano che rischiamo perfino di aggrapparci a spiegazioni fittizie piuttosto che non averne alcuna, come suggerisce Friedrich Nietzsche nel Crepuscolo degli idoli. Tutti gli esseri uomini devono dare una spiegazione a qualsiasi cosa a loro accada. Ne abbiamo bisogno. Non possiamo fare altrimenti, perché <<diventiamo consapevoli [di qualcosa] solo quando gli abbiamo dato una sorta di motivazione>>.

E’ infatti esperienza comune che il non avere una risposta ai “perché?” crea un forte senso di frustrazione. Alcuni “perché?” colmi di ansia tornano spesso nelle sessioni terapeutiche:

<<Perché mi dice “ti amo” e poi sparisce per settimane?>>

<<Com’è possibile che i miei genitori non mi sostengano come dovrebbero?>>

<<Perché il mio capo è così disumano?>>

<<Qual è la ragione per cui dovrei lavorare come un ciuco se tanto prima o poi dovrò morire?>>

All’opposto, trovare una spiegazione plausibile sul perché qualcosa sta accadendo, o è accaduto, porta ad un senso di appagamento. Ogni volta che una persona coglie che esiste un ordine e un motivo in quell’apparente caos, si dipingono nello sguardo espressioni tra il sorpreso, il divertito e il senso di sollievo.

Una giorno un paziente mi raccontò di essere angosciato dal fatto che non voleva più stare insieme alla sua fidanzata, ma non riuscivano a mollarsi, o meglio, decideva di recidere in modo netto il rapporto per poi sentire un senso viscerale di mancanza che lo portava inevitabilmente a ricadere dentro la relazione. Questi prendi-e-molla, però, erano per lui disfunzionali. Ricordo ancora il suo sguardo interrogativo: <<Dottore, perché non riesco a lasciarla?>>. <<Perché tieni la porta troppo chiusa>>. Mi guardò un po’ interdetto. <<In che senso?>>, chiese. <<A volte, per chiudere una storia d’amore, la cosa migliore è tenere la porta socchiusa>>. Ricordo bene il suo sguardo in cui si era dipinto un sorriso. Aveva trovato una valida spiegazione. Aveva capito dov’era la trappola, e aveva visto una nuova direzione verso cui poter andare.

 

FAI QUESTO ESERCIZIO

La scrittura aiuta e sostiene in questo bisogno intimo di trovare senso e significato, in questa necessità viscerale di vedere un fil rouge negli eventi della propria vita. Fanne uso. Scrivi per 15 minuti, per 3 giorni di fila, su una situazione che ti preoccupa, e presta attenzione a come cambia man mano in te la percezione di ciò che stai raccontando.

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